Delusione in Valtellina

Ho voluto, ancora una volta, profittare di una vacanza per familiarizzare col territorio ospitante attraverso l’esplorazione del locale microcosmo enologico. Si tratta d’una prassi consolidata, cominciata nel lontano anno 2000 quando, in seguito all’acquisto del vademecum “guida al vino quotidiano”, presi spunto da una lunga sosta nel Finalese, in Liguria, per effettuare due diversioni più a nord fino alle zone dei grandi Dolcetti di Dogliani e di Alba: Dolcetti che allora mi sembravano più Dolcetti di oggi, ma ciò costituirebbe argomento per un post a parte. In quello stesso periodo toccai per la prima volta anche la “sacra” zona cosiddetta “dei 4 vitigni” (Nebbiolo, Barbera, Moscato e, per l’appunto, Dolcetto): sacra poiché regno di sacri mostri, dei grandi vini a base di un’uva, il nebbiolo, che in quei luoghi conosce il suo vertice di espressività, regalando agli appassionati alcuni tra i maggiori prodotti a livello mondiale. Sto parlando, naturalmente, del Barbaresco e del Barolo: metteteli nell’ordine che preferite, il mio è proprio quello che vedete scritto.
In verità il Nebbiolo mi pare una bacca in grado di far bene ovunque affondi radici: ad essa si devono numerosi altri blasoni dell’Italia nord-occidentale quali il Gattinara, il Roero, il Ghemme; oppure, tornando al tema presente, quelli dell’intera DOCG Valtellina con le sue sottozone Grumello, Valgella, Inferno, Sassella etc.; senza dimenticare il sublime “Sforzato (Sfursat) della Valtellina”, che in realtà costituisce DOCG a parte. Raramente mi è accaduto di subire delusioni dalla vinificazione di questa cultivar che in provincia di Sondrio muta nome in “Chiavennasca”.
Forte di simili premesse e incoraggiato dalla piacevole frescura montana di settembre, durante la mia sosta all’Aprica ho voluto dunque scendere a valle e dedicare una giornata alle visite in cantina.
Il panorama che si offre dalla statale è splendido, e non si può evitare di cogliere subito lo straordinario sistema di terrazzamenti da cui dipende la coltivazione della vite lungo questo tratto di Alpi Retiche: a lei sono dedicate le zone migliori, di solito le più esposte al sole, laddove il terroir, coadiuvato dai famosi “muretti a secco”, consente di fare vino in un contesto candidato all’inclusione nel Patrimonio UNESCO.
I produttori non sono tuttavia moltissimi come altrove, e il percorso non poteva prescindere dall’annoverare marchi dal suono assai familiare, il cui apprezzabile lavoro è reperiribile un po’ ovunque presso la grande (o meno) distribuzione.
Ciò non ha costituito tuttavia una pregiudiziale per l’approccio serio e incuriosito spesso riservato ad altre zone d’Italia; anzi, incontrare di persona realtà produttive il cui lavoro è stato ampiamente conosciuto e stimato in molteplici momenti del passato reca in sé un’emozionante suggestione, un’atmosfera da “dietro le quinte”.
Purtroppo, tuttavia, ad essere onesti una controindicazione c’era, e l’effetto collaterale si è puntualmente verificato: riguarda i prezzi. Già, perché essendo abituati a rintracciare certi prodotti in cima agli scaffali dei supermercati (ci avete fatto caso? i vini della Valtellina sono quasi sempre in alto), eravamo anche perfettamente a conoscenza della loro fascia di costo. Per questo non abbiamo potuto scansare il disappunto mentre ci aggiravamo trepidanti all’interno delle enfatiche aree espositive di alcuni famosi produttori: vini perfettamente reperibili altrimenti ad altri prezzi, costavano in casa più che altrove. Peccato.
Dopo avere verificato presso tre diverse realtà lo stesso fenomeno non ho potuto esimermi dal domandare spiegazioni. Non che me ne attendessi, né che fosse alcuno tenuto a fornirmene, ma si è trattato di una reazione istintiva. Su all’Aprica, infatti, il minuscolo droghiere distante non oltre una cinquantina di passi dalla mia abitazione vendeva il Valgella di una certa cantina ad un prezzo sensibilmente inferiore rispetto al luogo in cui lo stesso vino veniva tratto dalla vite.
Orbene, mi tocca annotare una risposta piccata da parte della venditrice cui ho rivolto l’osservazione soprastante: a suo parere non sarebbe serio praticare concorrenza ai propri clienti; e i veri clienti, ella sottintendeva, sono naturalmente i rivenditori.
Mi è parso di rilevare un tarlo nel ragionamento: essendo il loro vino distribuito a livello nazionale, che danno potrebbe recare, ai grandi clienti ri-venditori, un manipolo di appassionati (non siamo poi così tanti…) armati del solo desiderio di ammirare all’opera la generosità della natura? Chi per mestiere produce vino, ci auguriamo, certamente non vive dei soli proventi dalla vendita in cantina, che costituisce semmai, ragionevolmente, una piacevole eccezione a beneficio soprattutto del locale turismo e del conseguente indotto (basti pensare alla ristorazione).
Ancora una volta la signora è sembrata non gradire: con la sua risposta un po’ aspra, forse perché a corto di argomentazioni convincenti, non ha saputo esimersi dal prendersi gioco di una passione, la nostra, che in fin dei conti consente al prodotto vino di mantenere prezzi spesso, in valore assoluto e indipendentemente dai paragoni fra l’uno e l’altro meccanismo di distribuzione, decisamente superiori al valore concreto del bene in oggetto.
“Siamo imprenditori” ha sibilato la donna “facciamo questo mestiere per trarne profitto; colpa vostra, che ci mettete tutta questa poesia…”.
Un’asserzione il cui cinismo mal si coniugava col paesaggio appena fuori dalla porta, con le ondulazioni leggere percorse da filari chiazzati di viola…
Ma poi, a pensarci bene, non è in fondo proprio la “poesia”, pretesa da gente come noi, a rendere tanto preziosa una semplice spremuta di acini d’uva fermentati?
Non fosse stato per la cantina Bettini, in cui mi sono imbattuto subito dopo, avrei tratto da una simile esperienza un’amarezza difficilmente assimilabile: invece ho terminato il giro acquistando in loco ottimi Sassella e un paio di sontuosi Sforzati, il primo dei quali l’ho aperto il giorno dopo su all’Aprica, per celebrare (degnamente) il compleanno di mio padre.

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1 Commento

Archiviato in Luoghi, Vino

Una risposta a “Delusione in Valtellina

  1. Anonimo

    Proprio così.

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