Degustazione “al buio” di un Lacrima di Morro d’Alba

Metà settimana scorsa, in ufficio: un collega bussa alla porta poco dopo il mio arrivo, di prima mattina, con in mano una busta imbottita per raccomandate formato A4, sorretta per la parte inferiore con una mano ed afferrata con l’altra per la parte superiore.
«Questa è per te» mi dice rapido.
«Perché?» gli domando dopo avere trasferito la busta nelle mie mani per appurarne il contenuto: una bottiglia di spumante con l’etichetta gialla strappata, riempita di vino rosso.
«Quel cugino… il vino… ricordi? Non badare alla bottiglia, è l’unica che ho potuto recuperare».
D’improvviso la faccenda mi si rischiara nella mente intorpidita, e mi sovviene l’episodio di qualche giorno prima, il colloquio avuto con lo stesso collega in occasione di una breve pausa. Consigliato da un cugino residente nelle Marche, in provincia di Ancona, aveva appena acquistato una fornitura di vino sfuso locale, fidandosi dell’opinione positiva espressa dal suo parente. Essendo quindi a conoscenza della mia reputazione di enofilo, me ne aveva promessa una bottiglia da assaggiare, presumibilmente allo scopo di ottenere un riscontro circa l’effettiva convenienza del suo acquisto. Una sorta di perizia.
«Ti ringrazio» gli ho risposto. «Sapresti dirmi qual è il nome della cantina, oppure se si tratti di un prodotto “casalingo”?»
Non lo ricordava, ma appena possibile lo avrebbe domandato. Era sicuro dell’uva di cui era fatto, la Lacrima: un certo vitigno coltivato in quel di Morro…
«Assaggiare vino di cui si ignora la provenienza è una sfida affascinante ma rischiosa» ho chiosato sorridendo. «Per la reputazione intendo…»
«Non preoccuparti, dimmi soltanto come ti sembra».

Due giorni dopo (il collega aveva fretta di conoscere il mio parere e inoltre la bottiglia, tappata con un turacciolo di plastica, non era certo destinata all’invecchiamento), gli ho esposto l’analisi organolettica del suo dono: quella di un semplice amatore, ho premesso. Non essendo io un professionista, poteva infatti trattarsi di pure impressioni, di indici di gradimento personale. Ma questo era in effetti quanto l’altro si attendeva da me.
Segue ciò che ho riferito, non una parola di più né una in meno:

Aspetto (7,5) – Viola cupo, impenetrabile, con bei riflessi “in tinta”.
Olfatto (7,5) – Netto di rosa canina e vagamente etereo, a tratti vinoso. Suggestioni di prugna.
Corpo (6,5) – Nerbo non eccelso e tuttavia per nulla assente. Un compromesso efficace.
Gusto (8) – Ben riflette le peculiarità dell’olfatto, con netta prevalenza della caratteristica fragranza di rosa e un finale discretamente persistente di prugna e datteri freschi maturi. Vellutato ed equilibrato con tannino non aggressivo e gradevole. Tuttavia leggermente (e piacevolmente) acido.
Totale (74/100)

Posso affermare come il timore latente di una figuraccia, di sopravvalutare un vino dozzinale, abbia probabilmente influito nel farmi trattenere gli indici un pelo al ribasso. Non abbastanza, comunque, se è vero che l’articolo mi ha in definitiva ampiamente soddisfatto meritando un bel “74”.
Il giorno dopo l’assaggio, in ufficio, non ho potuto fare a meno di congratularmi con l’insospettabile collega per il fatto di bere anche lui “roba piuttosto buona”. Del resto, non conoscendo l’esatta provenienza del vino non intendevo sbilanciarmi oltre la pura descrizione organolettica e l’affermazione di cui sopra, esponendomi al rischio (morale e interiore, si intende) di un bidone clamoroso; e tuttavia non ho saputo trattenermi dal sottolineare come non potesse trattarsi, a mio avviso, dell’opera di un semplice amatore. Là c’era la mano evidente di un professionista capace, pur avendo noi davanti, con ogni probabilità, un prodotto “base” e non certamente un cru.
Per questo ho nuovamente domandato lumi al mio interlocutore, ottenendone una scrollata di spalle e la promessa di una solerte istanza al suo parente/fornitore.

Stamane, mentre appendevo il soprabito all’attaccapanni, il collega si è precipitato nel mio ufficio per comunicarmi di avere ottenuto quel nome:
«Si tratta di una cantina in via del Pozzo Buono» ha esordito lasciandomi di sasso. «Mi pare si chiami Vicari».
Non ho saputo trattenere una risata di compiaciuto stupore: com’è davvero piccolo il mondo, ho pensato.
E tirando un sospiro di sollievo mi sono limitato a rispondergli:
«Vicari Nazzareno. Certo, lo conosco. In questo caso credo tu abbia acquistato un prodotto chiamato il Rustico».
E tra di me ho pensato ancora: meno male! Per il minimo di coerenza che dobbiamo a noi stessi e alla nostra passione; per non averne frustrato i progressi faticosamente racimolati nel corso di lunghi anni di bevute ed esperienze sul campo, e vanificato il nostro sforzo di conoscere e distinguere: meno male!

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