Varzi e il Monte Penice

Il comune di Varzi occupa l’estremità meridionale del cuneo disegnato dal territorio dell’Oltrepò Pavese, e vi si può giungere attraverso la Statale 461  che percorre la Valle Staffora al centro della quale, in una depressione circondata dai rilievi dell’appennino Ligure, trova posto il centro abitato.

Una deviazione all’altezza di Ponte Nizza provenendo da nord consente di imboccare la SP137 in direzione del suggestivo Eremo di Sant’Alberto di Butrio, preceduto da fitti castagneti. Noi vi siamo giunti a metà mattina e, una volta sciamati gli attempati turisti sbarcati da un unico grande pullman, siamo rimasti soli a goderci il silenzio, l’atmosfera ascetica che caratterizza questo luogo di pace isolato tra rilievi ammantati di verdissime conifere. Il complesso è formato da tre chiese incastrate l’una dentro l’altra, ed è dominato da una possente torre quadrata. Sul lato opposto a quello del piazzale d’arrivo, un belvedere si affaccia su declivi boscosi che, accarezzati dalla foschia come abbiamo avuto modo di osservarli noi, sembrano accompagnare il visitatore verso una dimensione immateriale.

Per il pranzo ci siamo fermati presso l’agriturismo La Fuga, situato lungo le pendici delle alture ad ovest della Staffora, la quale si attraversa poche centinaia di metri prima di giungere a destinazione. Dal parcheggio della struttura si può dominare, da una posizione non troppo elevata, la conca di Varzi col profilo dell’abitato immerso nel verde della vallata. L’agriturismo ci ha offerto un menu fisso costituito da una serie di piccoli antipasti (simpatico il vassoietto di fagioli alle cipolle che abbiamo trovato sul tavolo al nostro arrivo), tra cui un tagliere di affettati misti accompagnato da un canestro di bocconcini di pane fritto, molto simili agli gnocchi emiliani ma privi di strutto; quindi è stata la volta dei primi, due vassoi in sequenza da cui attingere a volontà: malfatti al sugo di funghi il primo e ravioli di brasato il successivo. Come secondi ci sono stati serviti un vassoio di pollo in padella con patate saltate e uno di roast-beef al sale. Semifreddo alla vaniglia e crostata di albicocche per finire. La filosofia del locale è quella di puntare su prodotti autoctoni, e la qualità delle pietanze pare trarne giovamento.

A Varzi ci siamo trattenuti il tempo sufficiente per una ricognizione del centro storico, il cui asse è  rappresentato dalla “via di dentro”, delimitata dalle porte Sottana e Soprana con le relative torri: appena fuori dal passaggio che transita sotto la seconda si trova la bella chiesa di San Germano. A rendere celebre il nome di Varzi è tuttavia il suo “salame di Varzi DOP“: di antichissima origine (forse risalente al periodo longobardo), è prodotto utilizzando il pregiato filetto del maiale. Noi lo abbiamo acquistato presso un’antica salumeria in via del Mercato, nelle versioni morbida e stagionata (meglio la prima).

Poco distante dalla cittadina (una ventina di km) si trova il valico di Passo Penice, che immette nell’attigua Val Trebbia già in provincia di Piacenza. Abbiamo dunque pensato di risalire il Monte Penice (una deviazione dalla SS461 conduce fino in cima) per ammirare il paesaggio e scattare qualche fotografia dalla sua vetta a quota 1400m: nel mezzo di un dedalo di installazioni radiotelevisive ad elevata potenza di trasmissione (da qui si irradiano, tra gli altri, i segnali RAI destinati all’intera Lombardia e a buona parte della Pianura Padana), a dominare la sommità è il suggestivo Santuario di Santa Maria in Monte Penice. Trattandosi della maggiore altezza dell’intero Appennino Ligure, i panorami di cui si può godere dai dintorni dell’edificio includono la Val Trebbia (con Bobbio sul fondovalle) da un lato e l’intero arco alpino dall’altro. Durante le giornate particolarmente terse è possibile spaziare  con la vista fino ai lontani rilievi dell’Alpe Bernese, ma la foschia e le ombre dure create dalla luce radente del tramonto ce lo hanno impedito.

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