Tre giorni a Barolo

Osservare l’orizzonte da una strada che risale un colle, o affacciati dal terrazzino d’un paese adagiato sulla sua sommità, suggerisce il medesimo istinto di libertà che si prova ammirando il mare dalla cima d’un promontorio: gli occhi raggiungono il termine del mondo osservabile, cullati dalle sinuosità d’uno scenario a tinte forti, da un riverbero che differisce nel colore da quello marittimo mantenendone la vastità.

Anche per questo amiamo tornare in Langa, per goderne il panorama morbidamente ondulato che evoca l’illusione d’uno spazio senza limiti, di poter contenere l’universo in un’occhiata; ma soprattutto perchè nei suoi borghi, minuscole capitali del buon bere, vi si celebra il rito della produzione enologica di qualità. A Barolo e dintorni ogni cosa parla il linguaggio del vino, un gergo quasi liturgico: in nessun’altra parte d’Italia si può ottenere, con tale costanza e densità riferibili sia agli spazi che al livello qualitativo, la medesima impressione di trovarsi entro una sorta di cattedrale dell’enologia internazionale.

Eppure nulla a Barolo risulta troppo artificiale. Il paesaggio rurale è genuino, le aziende quasi mai abbastanza grandi da non essere affidate a una gestione famigliare e contadina.

Un simile spirito è incarnato alla perfezione dall’agriturismo presso il quale abbiamo soggiornato, dimora di uno dei più celebri produttori di Barolo: Giovanni Canonica. Vi abbiamo trascorso un paio di notti, impegnando il giorno a gironzolare tra cantine, locali, e trattorie, oppure a gustare l’atmosfera del piccolo centro di appena 700 abitanti, col millenario castello dei Marchesi Falletti affacciato sopra l’anfiteatro collinare dell’intorno.

Non vi è spocchia in casa Canonica, e il vino offertoci la seconda sera (il suo Barolo Paiagallo 2010), quando coi calici in mano Giovanni è apparso dal portoncino del cortile anteriore, era come sempre distante fin dall’etichetta da certe bottiglie destinate al mercimonio modaiolo: sembrava il prodotto d’una passione autentica e discreta, affatto chiassosa come la persona e la dimora medesimi. Anche la cantina, che abbiamo visitato il mattino della partenza, dopo un caffè in soggiorno con la moglie, è di quelle che fanno pensare a una produzione animata da una grande passione, piuttosto che a un’industria fondata su formidabili strategie di marketing.

Anche stavolta Canonica (lo avevamo già conosciuto) ci ha intrattenuto con racconti attinti dalla propria esperienza professionale e dall’amicizia con altri grandi del Barolo quali Giuseppe Rinaldi; su tutte, condividiamo la sua opinione nel reputare il vitigno Nebbiolo il più importante a livello internazionale insieme al Pinot Nero. Con quest’ultimo esso avrebbe in comune, oltre alla caratteristica “assenza di colore”, la vocazione a una molteplicità di interpretazioni e di vinificazioni, la possibilità di dare vita a vini di pronta beva come a bottiglie  adatte a lunghi invecchiamenti, a rossi corposi oppure a spumanti…

Tornando al Paiagallo 2010, appena imbottigliato, ci è parso non ancora in grado di esprimersi, ancora troppo giovane, acerbo. Canonica ritiene però che l’annata, del quale il suo vino è l’espressione fedele, possa rivelarsi alla distanza assai migliore di altre (ad esempio della 2009) che da subito erano parse più convincenti.

Per il desinare ci siamo recati più d’una volta al già collaudato agriturismo “Ca’ del Re” di Verduno, per giungere al quale si attraversa il centro di La Morra (nel piccolo supermercato posto lungo la SP58 ci siamo procurati alcune confezioni di nocciola Tonda Gentile del Piemonte, le cui caratteristiche organolettiche pare la rendano la miglior varietà a livello mondiale). Tra i piatti proposti dal ristorante abbiamo trovato encomiabili i bocconcini al Barolo oppure le quaglie, che non avevamo mai assaggiato prima.

Abbiamo approfittato della sosta a Verduno per procurarci qualche bottiglia dell’introvabile Pelaverga: anche questa volta abbiamo fatto visita alla cantina Fratelli Alessandria per il loro Speziale 2012, al quale abbiamo affiancato alcuni esemplari del quotatissimo Barolo Monvigliero 2009. Presso la cantina Castello di Verduno ci siamo trattenuti invece per una degustazione piuttosto estesa che ha contemplato anche una interessante verticale del loro Barolo (2006-2008-2010), alla fine della quale abbiamo portato a casa alcune bottiglie di Pelaverga Basadone 2012 e un Barbaresco 2010, oltre alla solita particolarissima grappa di Pelaverga che ben sintetizza le peculiari caratteristiche organolettiche del vitigno.

Merita un cenno a parte l’interessante Macelleria Salumeria di Franco Sandrone ubicata in via Roma a Barolo, sulla sinistra poco prima di casa Canonica: vi abbiamo acquistato alcuni tagli di carne bovina risultati assai teneri e gustosi, nonchè dell’ottima salsiccia al Barolo e gli agnolotti del plin con ripieno misto di carne bovina e suina.

Lungo la strada del ritorno a casa abbiamo trovato il tempo per una tappa a Treiso, dove abbiamo pranzato alla solita Osteria dell’Unione, e per una visita presso l’Enoteca regionale del Barbaresco a… Barbaresco.

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Nascosto in casa del Barolo: il Verduno Pelaverga

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